13) D'Holbach. Dio e i tiranni.

Secondo d'Holbach i tiranni della terra si sono ispirati al Dio
della teologia, descritto sempre come un tiranno. Dalla teologia
venne anche il dispotismo, affinch l'uomo fosse punito in terra
ed in cielo! Disprezzando la natura ed inchinandosi al monarca
immaginario, cio a Dio, gli uomini si sono condannati
all'infelicit.
P. H. d'Holbach, Sistema della natura, Tomo primo, capitolo
diciannovesimo; Tomo secondo, capitolo quarto   (pagine 287-288).

D'altronde, si vedeva che le potenze della terra, anche quando
commettono le ingiustizie pi clamorose, non soffrono affatto che
le si tacci di essere ingiuste, si dubiti della loro saggezza, si
mormori sulla loro condotta. Ci si guard dunque bene
dall'accusare di ingiustizia il despota dell'universo, di dubitare
dei suoi diritti, di lamentarsi dei suoi rigori. Si credette che
un dio potesse tutto permettersi contro le deboli opere delle sue
mani, che non dovesse niente alle sue deboli creature, che fosse
in diritto di esercitare su di esse un dominio assoluto ed
illimitato. E' cos che ne fanno uso i tiranni della terra, e la
loro condotta arbitraria serv di modello a quella che si prest
alla divinit: fu sul loro modo assurdo e irrazionale di governare
che si costru per Dio una giurisprudenza particolare. Di qui si
vede che i pi malvagi degli uomini sono serviti come modello a
Dio e che il pi ingiusto dei governi fu il modello della sua
amministrazione divina. Nonostante la sua crudelt e la sua
irragionevolezza, non si cess mai di dirlo giustissimo e pieno di
saggezza.
Gli uomini, in tutti i paesi, hanno adorato di bizzarri,
ingiusti, sanguinari, implacabili, di cui non osarono mai
esaminare i diritti. Questi di furono dappertutto crudeli,
dissoluti,  parziali; rassomigliarono a quei tiranni sfrenati che
si prendono impunemente giuoco dei loro sudditi infelici, troppo
deboli o troppo ciechi per resistere loro o per sottrarsi al giogo
che li opprime. E' un dio di tale terribile carattere che anche
oggi ci si fa adorare; il dio dei cristiani, come quello dei Greci
e dei Romani, ci punisce in questo mondo e ci punir nell'altro
degli errori di cui la natura che ci ha dato ci ha reso
suscettibili. Simile ad un monarca ebbro del suo potere, fa una
vana mostra della sua potenza e sembra unicamente preso dal
piacere di mostrare che  il padrone e non  soggetto ad alcuna
legge. Ci punisce perch ne ignoriamo l'essenza incomprensibile e
le volont oscure. Ci punisce delle trasgressioni dei nostri
padri, i suoi capricci dispotici decidono della nostra sorte
eterna. E' sulla base dei suoi decreti fatali che diventiamo i
suoi amici o i suoi nemici, a dispetto di noi stessi: non ci fa
liberi se non per avere ili piacere barbaro di punirci dell'abuso
necessario che le nostre passioni o i nostri errori ci fanno fare
della nostra libert. Da ultimo, la teologia mostra in tutte le
epoche i mortali puniti per errori inevitabili e necessari e come
i trastulli infelici di un dio tirannico e malvagio.
E' su queste nozioni irrazionali che i teologi, su tutta la terra,
hanno fondato i culti che gli uomini dovevano rendere alla
Divinit che, senza essere legata verso di essi, aveva il diritto
di tenerli legati: il suo potere supremo la dispens da ogni
dovere nei confronti delle sue creature; queste si ostinarono a
considerarsi colpevoli, tutte le volte che furono vittime di
calamit. Non meravigliamoci, dunque, affatto se l'uomo religioso
si trov in spaventi e terrori continui: l'idea di Dio gli ricord
senza sosta quella di un tiranno spietato che si prendeva giuoco
dell'infelicit dei suoi sudditi; e questi, anche senza saperlo,
potevano ad ogni istante incorrere in disgrazia presso di lui.
Tuttavia, gli uomini non osarono mai tacciarlo di ingiustizia,
perch credettero che la giustizia non fosse assolutamente fatta
per regolare le azioni di un monarca onnipossente, che il rango
elevato metteva al di sopra della specie umana, mentre tuttavia si
era immaginato che avesse formato l'universo assolutamente per
essa [_].
Non vi fu nulla di pi dannoso al genere umano di questa
stravagante teoria che, come subito dimostreremo,  diventata la
fonte di tutti i suoi mali. Curandosi unicamente del monarca
immaginario che avevano innalzato sul trono della natura, i
mortali non la consultarono pi in nulla, trascurarono
l'esperienza, disprezzarono se stessi, misconobbero le proprie
forze, non lavorarono affatto alla propria felicit, divennero
schiavi tremanti sotto i capricci di un tiranno ideale da cui
attesero tutti i beni e da cui temettero i mali che li affliggeva
quaggi. La loro vita fu impiegata a rendere omaggi servili ad un
idolo di cui si credettero eternamente interessati a meritare la
bont, a disarmare la giustizia, a calmare il corruccio; furono
felici unicamente quando, consultando la ragione, prendendo
l'esperienza come guida e facendo astrazione dalle loro idee
fantastiche, ripresero coraggio, esercitarono la loro industria e
si rivolsero alla natura, la quale soltanto pu fornire i mezzi
per soddisfarne i bisogni ed i desideri ed allontanare o diminuire
i mali che sono costretti a subire.
P. H. d'Holbach, Sistema della natura, UTET, Torino, 1978, pagine
402-404 e 504.

G. Zappitello, Antologia filosofica, 2. Quaderno secondo/7.
Capitolo Dodici/2.
14) D'Holbach. Da Dio alla Natura.

Secondo d'Holbach le idee teologiche hanno corrotto la politica,
hanno trasformato i politici in tiranni ed i preti in fautori
della tirannide. Segue una descrizione a tinte fosche del
"principe-tiranno".
P. H. d'Holbach, Sistema della natura, Tomo secondo, capitolo
sesto  (pagine 287-288).

Ahim!, le idee teologiche e soprannaturali, adottate
dall'orgoglio dei sovrani, non hanno fatto che corrompere la
politica e mutarla in tirannide. I ministri dell'Altissimo, sempre
tiranni essi stessi o fautori dei tiranni, non gridano
continuamente ai monarchi che sono le immagini dell'Altissimo? Non
dicono ai popoli creduli che il cielo vuole che gemano sotto le
ingiustizie pi crudeli e pi moltiplicate, che soffrire  il loro
retaggio, che i loro prncipi, come l'essere supremo, hanno il
diritto indubitabile di disporre dei beni, della persona, della
libert, della vita dei loro sudditi? I capi delle nazioni, cos
avvelenati in nome della Divinit, non s'immaginano che tutto 
loro permesso? Emuli, rappresentanti e rivali della potenza
celeste, non esercitano sul suo esempio il dispotismo pi
arbitrario? Non pensano, nell'ebbrezza in cui li getta
l'adulazione sacerdotale, che, come Dio, essi non sono affatto
responsabili delle azioni che fanno agli uomini, che non debbono
niente al resto dei mortali, che nessun legame li stringe ai loro
infelici sudditi?.
E' dunque evidente che  alle nozioni teologiche e alle infami
lusinghe dei ministri della Divinit che son dovuti il dispotismo,
la tirannide, la corruzione e la licenza dei prncipi e
l'accecamento dei popoli, cui si impedisce in nome del cielo di
amare la libert, di lavorare alla propria felicit, di opporsi
alla violenza, di usare dei loro diritti naturali. Questi prncipi
inebriati, anche adorando un dio vendicatore e costringendo gli
altri ad adorarlo, non cessano di oltraggiarlo ad ogni istante con
le loro sregolatezze ed i loro crimini. Quale morale, infatti,
quella degli uomini che si danno come le immagini viventi ed i
rappresentanti della Divinit! Sono dunque atei quei monarchi
ingiusti per abitudine e senza rimorsi che strappano il pane dalle
mani dei popoli affamati per contribuire al lusso dei loro
cortigiani e fornire vili strumenti delle loro iniquit? Sono atei
quei conquistatori ambiziosi che, poco contenti di opprimere i
propri sudditi, portano la desolazione, la disgrazia e la morte
tra i sudditi degli altri? Che vediamo in quei potentati che per
diritto divino comandano alle nazioni se non ambiziosi che niente
ferma, cuori perfettamente insensibili ai mali del genere umano,
anime senza energia e senza virt che trascurano doveri evidenti,
di cui non si degnano neppure istruirsi, uomini potenti che si
mettono insolentemente al di sopra delle regole della giustizia
naturale, furbi che si prendono giuoco della buona fede? Nelle
alleanze che formano tra loro questi sovrani divinizzati, troviamo
l'ombra della sincerit? Incontriamo in questi prncipi, anche
quando sono pi umilmente sottomessi alla superstizione, la pi
piccola virt reale? Non vediamo tra loro che briganti, troppo
orgogliosi per essere umani, troppo grandi per essere giusti, che
si fanno un codice a parte di perfidie, di violenze, di
tradimenti; non vediamo tra loro che malvagi, pronti a
sorprenderci e a nuocerci; non troviamo che violenti sempre in
guerra e, per i pi futili interessi, volti ad impoverire i loro
popoli e a strappare gli uni agli altri i lembi sanguinanti delle
nazioni: si direbbe che facciano a gara a chi produrr pi
infelici sulla terra! Da ultimo, stanchi dei propri furori o
costretti alla pace dalla mano della necessit, attestando nei
trattati insidiosi il nome di Dio, pronti a violare i loro solenni
giuramenti quando il pi debole interesse lo esiger.
P. H. d'Holbach, Sistema della natura, UTET, Torino, 1978, pagine
544-546.
